Teste Pensanti/1

C’è chi osserva il mondo da prospettive insolite, mette in discussione interpretazioni consolidate e apre nuove strade alla ricerca. Teste pensanti propone, a ogni appuntamento, tre voci della cultura contemporanea, provenienti da discipline e paesi diversi. Non necessariamente concordi, ma tutte meritevoli di essere ascoltate

Sanjay Subrahmanyam – La storia non ha un centro

Distinguished Professor of History, UCLA. Pagina Wikipedia

Che cosa accade alla storia del mondo se smettiamo di raccontarla come una successione di civiltà separate, ciascuna con il proprio territorio, la propria cultura e il proprio destino? Sanjay Subrahmanyam, storico indiano che insegna all’Università della California a Los Angeles, ha dedicato buona parte del suo lavoro a mettere in discussione questa rappresentazione. La sua proposta delle storie connesse nasce da un’osservazione apparentemente semplice: uomini, merci, conoscenze, credenze e istituzioni hanno attraversato i confini molto prima che gli storici cominciassero a disegnare le proprie mappe disciplinari. Studiare separatamente l’Europa, l’India, la Persia o l’Impero ottomano significa spesso perdere proprio le relazioni che hanno contribuito a trasformarli. Non basta, tuttavia, confrontare civiltà differenti: occorre ricostruire gli incontri, le traduzioni, i conflitti e le influenze reciproche attraverso documenti prodotti in lingue e ambienti diversi. È un’impresa che richiede una straordinaria familiarità con gli archivi e una certa diffidenza verso le grandi narrazioni. Nel suo lavoro, la storia dell’espansione europea non coincide più con quella di un Occidente che agisce su un resto del mondo sostanzialmente passivo. Anche le società asiatiche possiedono iniziativa, strategie, ambizioni imperiali e capacità di trasformare chi entra in contatto con loro. Ma Subrahmanyam non propone semplicemente di sostituire una storia eurocentrica con una storia raccontata dall’Asia. La sua critica è più radicale: riguarda l’abitudine stessa di cercare un centro dal quale spiegare tutto il resto. Le connessioni non cancellano le differenze, né rendono equivalenti i rapporti di forza; permettono piuttosto di capire come realtà diverse si siano costruite anche attraverso le loro relazioni. Ne deriva una domanda che riguarda non soltanto il passato: quante delle categorie con cui interpretiamo il mondo contemporaneo dipendono ancora da confini che abbiamo ereditato, anziché dalle relazioni che dovremmo osservare?

Nancy Fraser – Il capitalismo divora ciò che lo tiene in vita

Professoressa emerita di Filosofia e Politica, The New School for Social Research, New York. Pagina Wikipedia

Il capitalismo può distruggere le condizioni stesse che gli permettono di esistere? È intorno a questo paradosso che ruota una parte importante del pensiero di Nancy Fraser, filosofa statunitense che ha progressivamente ampliato la critica dell’economia fino a farne una teoria delle contraddizioni della società contemporanea. Il capitalismo, sostiene, non è soltanto un sistema di produzione e scambio di merci: per funzionare dipende da attività, risorse e istituzioni che il mercato non produce autonomamente e che spesso non remunera. Dipende dal lavoro di cura, in gran parte svolto dalle donne; dalla natura, trattata come una riserva inesauribile di materie prime e capacità di assorbire rifiuti; dal potere pubblico, che garantisce infrastrutture, leggi e stabilità; e da rapporti storici di espropriazione che continuano a distribuire in modo diseguale ricchezza e vulnerabilità. Fraser chiama queste realtà le condizioni di sfondo dell’accumulazione capitalistica. La contraddizione nasce quando la ricerca del profitto tende a consumarle, indebolendo le basi sociali, ecologiche e politiche dalle quali dipende. Le crisi economiche, ambientali, democratiche e della riproduzione sociale non sarebbero dunque emergenze indipendenti, ma manifestazioni diverse di un medesimo ordine sociale. Nel suo libro Cannibal Capitalism (2022), Fraser ricorre all’immagine del cannibalismo per descrivere un sistema che finisce per divorare i propri presupposti. Non propone, tuttavia, di ricondurre ogni ingiustizia alla sola dimensione economica: il suo lavoro precedente sul riconoscimento, sulla redistribuzione e sulla rappresentanza politica insiste proprio sulla necessità di comprendere insieme disuguaglianze materiali, gerarchie culturali ed esclusione democratica. La domanda che ne deriva è impegnativa: se le crisi che attraversiamo non fossero semplicemente problemi da correggere, ma conseguenze del modo in cui abbiamo organizzato la società, quanto potrebbe bastare una riforma delle sue regole?

Kohei Saito – Il Marx che non ci aspettavamo

Professore associato, Graduate School of Arts and Sciences, Università di Tokyo. Pagina Wikipedia

E se Karl Marx, negli ultimi anni della sua vita, avesse cominciato a ripensare radicalmente il rapporto fra economia, natura e progresso? È questa la pista seguita da Kohei Saito, filosofo giapponese che ha trovato nei quaderni scientifici del pensatore tedesco le tracce di una riflessione ecologica assai più profonda di quanto suggerisca l’immagine tradizionale del marxismo industrialista. Studiando gli appunti di Marx sulla chimica agraria, sul degrado dei suoli, sulla deforestazione e sulle scienze naturali, Saito sostiene che la critica del capitalismo non riguardasse soltanto lo sfruttamento del lavoro, ma anche la rottura degli equilibri materiali fra società umana e ambiente. Al centro della sua interpretazione c’è il concetto di metabolismo: lo scambio continuo di materia ed energia attraverso il quale gli esseri umani, lavorando e producendo, partecipano ai processi naturali. L’accumulazione capitalistica tende ad alterare questo rapporto, subordinandolo alle esigenze di una crescita potenzialmente illimitata. Ma Saito compie un passo ulteriore, e più controverso: ritiene che il Marx maturo si stesse avvicinando a una concezione della società incompatibile con il produttivismo, fino a prefigurare quello che oggi chiameremmo un comunismo della decrescita. È una lettura discussa dagli studiosi, perché attribuisce agli appunti incompiuti di Marx un’evoluzione teorica sulla quale non esiste consenso. La proposta politica di Saito, tuttavia, non si esaurisce nell’esegesi marxiana. Nel suo libro Il capitale nell’Antropocene, diventato un sorprendente successo editoriale in Giappone, sostiene che la transizione ecologica non possa limitarsi a sostituire tecnologie inquinanti con tecnologie pulite, lasciando intatta la logica dell’espansione economica. Occorrerebbe invece ripensare produzione, consumi, beni comuni e distribuzione del tempo, distinguendo il benessere collettivo dall’aumento indefinito delle merci. Resta una domanda decisiva: è possibile costruire una società ecologicamente sostenibile senza mettere in discussione l’obbligo permanente della crescita?

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