Tazio Nuvolari e la tartaruga d’oro

A Mantova, a Palazzo Te, dal 3 e fino al 7 giugno, c’è una mostra dedicata a Tazio Nuvolari. Che fosse un campione non serve dirlo: parlano le vittorie, parla la velocità.

C’è un dono che lo racconta meglio di tante coppe. Glielo mette in mano Gabriele D’Annunzio, nel 1932, dopo un pomeriggio passato a parlarsi. Due uomini che scrivono nello stesso modo, uno sulla carta e uno sull’asfalto, si riconoscono. Il poeta sceglie il regalo con un’esattezza quasi crudele: una piccola tartaruga d’oro, all’uomo più veloce l’animale più lento. Una frase di quelle che sembrano uno scherzo e poi non se ne vanno più.

Tazio la prende alla lettera. Non la chiude in un cassetto, non la passa a qualcun altro. La adotta, ne fa il suo simbolo, se la tiene addosso. Corre con la lentezza appuntata sul petto.

Perché c’è una velocità che le corse non raccontano. Nuvolari corre mentre la vita gli toglie due figli, uno dopo l’altro, a pochi anni di distanza. Spegne il motore e rientra in una casa dove manca qualcuno. Da quella casa non parte. Lì non c’è una curva da anticipare, nessuno da battere sul filo, nessun record da limare di un soffio. Lì si resta, e lui resta.

L’uomo che potrebbe andarsene da qualunque posto sceglie di non andarsene dall’unico in cui fa male. Va veloce dappertutto, tranne dove conta.

In mostra non ci sono le sue Alfa, e va bene così. Restano i guanti, gli occhiali, la maglia gialla, una coppa bellissima disegnata da Cartier. Cose ferme, che continuano a parlare di un campione che era veloce quanto il suo coraggio.

A Palazzo Te, Tazio Nuvolari corre ancora. Vicino a casa sua, con i suoi affetti.