Prometeo è una testata di lungo corso. Per certi versi ha un respiro antico. Sono trascorsi 44 anni da quando per la prima volta eravamo in edicola nella primavera del 1983: un lasso di tempo che è passato come un treno in corsa, che ha radicalmente cambiato la quotidianità delle singole persone e le geografie del mondo.

È persino difficile raccontare a chi è giovane cosa erano l’Italia e l’Europa, per dire. Ed è altrettanto difficile non deflettere, come si dice, rispetto a una linea editoriale che deliberatamente sceglie di non trattare la politica contemporanea, neppure con quello spirito critico e quel talento espressivo che connotano i nostri autori.

La difficoltà consiste precisamente nella consapevolezza che in alcune circostanze anche la cronaca non è affatto minuta: si fa rispettare, si impone con sferzante energia, è una turbolenza che si configura come un incrocio fatale, attraversato il quale nulla sarà più come prima.

Ed è vero che è così.

Tuttavia abbiamo sempre pensato, e continuiamo a pensare, che gravino sul presente delle robuste carenze informative e delle più che evidenti manipolazioni incrociate. Ci sono tante riviste, anche di grande spessore, che al contrario di Prometeo si esercitano sui teatri politici mondiali, da tempo sottoposti a una fibrillazione permanente.

Senza nulla togliere a chi sceglie di gettarsi nell’agone, a mio avviso il contributo più serio e forse più sfidante è invece intensificare l’offerta culturale ad ampio raggio. Non è un tema di mera quantità, è qualcosa di più prezioso: è scommettere sulla facoltà del lettore di farsi un’idea personale, grazie a contenuti selezionati. In fondo, e in un mondo pieno di aspirante guide, Prometeo si pone con una logica di libertà.

Fatto questo lungo discorso, spero non ozioso, qualche cenno ad alcuni servizi del numero 173.

Come spesso accade, ci lasciamo ispirare dagli anniversari, che per la verità sono un mero artificio retorico per trattare qualche tema che ci sta a cuore. Uno di questi, storicamente molto italiano ma a ben vedere con una valenza paradigmatica mondiale, risponde a un tema che possiamo davvero generalizzare: come si costruisce un regime?

È accaduto un secolo fa, con le cosiddette “Leggi fascistissime” del 1926. All’ottimo servizio scritto da Jacopo Perazzoli va aggiunta un’annotazione: la nostra specifica ricerca iconografica è stata infruttuosa e deludente, immagini realmente ad hoc non ce ne sono, neanche a pagamento.

Come i lettori potranno vedere, alla fine si è deciso di utilizzare una specie di lettering tipografico, che mette in fila i vari provvedimenti legislativi, indicandone peraltro la data di pubblicazione. La prima vera osservazione è che un regime – perfino baritonale ed esclamativo, come nel caso del fascismo – in realtà si instaura con il passo felpato dell’eterna burocrazia.

La seconda è che, tuttavia, forse gli archivi scontano anche qualche intenzionale dimenticanza, diciamo qualche purga gentile che, all’indomani della Liberazione, ha snellito materiali fotografici magari un tempo copiosi.

E qui veniamo all’articolo che segue, dedicato al processo di Norimberga, che idealmente chiude il cerchio perché emblematizza la fine (ingloriosa) di un regime. Uno storico come Marco Palla, intervistato da Simone Cosimelli, analizza il concetto di crimine contro l’umanità, che appunto era alla sbarra assieme al Terzo Reich. Ma riflette anche sulla “mancata Norimberga italiana”, sui confini delle responsabilità collettive e su cosa significhi “fare i conti con il passato”.

Lo spazio a disposizione dell’editoriale sta terminando, non posso non richiamare l’attenzione di tutti allo speciale del numero, dedicato a San Francesco d’Assisi. Ben cinque servizi ne analizzano la figura luminosissima e l’impatto nel corso dei secoli: scritture dense, piene di spunti, mi permetto di sottolineare che, in questo ottocentesimo anno dalla morte, e nonostante il diluvio mediatico già iniziato, il nostro crossover è abbastanza unico.

Non perdete il pezzo di Ranieri Bizzarri e Clara Frontali: ci raccontano, con gusto divulgativo ma anche estremo rigore scientifico, “l’istante in cui è apparsa la vita” sul nostro pianeta.

Ci sono molti articoli, tutti ottimi, non riesco nemmeno a citarli. Se arriverete alla fine della rivista, soffermatevi un istante anche su Bertolt Brecht. La poesia “A chi esita” rimane una delle più asciutte ma struggenti testimonianze del suo tempo, che speriamo non torni.

Gabriella Piroli