A volte nei giornali succedono cose strane. Delle curiose coincidenze, che la Direzione ignora fino a che non arrivano i pezzi. Allora si scopre che ben tre di loro, ovviamente senza che nessuno lo abbia concordato, richiamano uno stesso personaggio.

In questo Prometeo 174, l’onore è toccato a Herman Melville, scrittore di scarso successo con i suoi contemporanei ma assurto all’empireo della grande letteratura americana (e mondiale) nei decenni successivi. Ne parla propriamente Anna Chichi in un intenso articolo su Moby Dick – che per definizione è stato il suo capolavoro. Diventa lui stesso protagonista diretto nel nostro Dulcis in Fundo, che a pagina 156 pubblica “Bartleby lo scrivano”, il racconto di un’atmosfera newyorkese quasi innaturale, grazie a questo impiegato atipico e segnato

da una personalità imponderabile. Infine, lo cita ampiamente anche Alessandro Carrera nel Crossover del numero, su cui mi soffermerei per qualche altra considerazione. Questo speciale è stato concepito per l’addensarsi di due circostanze in un unico canale, che scorre non privo di torsioni. Da un lato il prossimo 4 luglio, con l’inesorabilità degli anniversari, cadranno i 250 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti; dall’altro, mai come in questo momento, è difficile ravvisare l’eco anche debole di un Thomas Jefferson nell’immagine dell’America attuale: che a molti, ovunque nel mondo, risulta irriconoscibile. Coerenti con quanto abbiamo sempre detto, Prometeo non si occupa delle vicende politiche e meno che mai dell’attuale presidenza Usa. Non è il compito di una rivista come questa. Ma è senza dubbio di nostra assoluta pertinenza cercare di comprendere e di far emergere, almeno in parte, gli elementi che delineano i punti fermi della “civiltà americana”, percepita come una variabile indipendente del più generale Occidente. Carrera se ne occupa con uno sguardo interno, affilato e brillante, da professore ormai naturalizzato in Texas. Invece a Francesco Dall’Aglio, medievista e slavista nato a Napoli, compete la ricognizione sugli Stati Uniti “visti dagli altri”, sull’impatto che “l’american way of life” ha impresso ovunque nel globo. L’unica concessione a qualche elemento proprio della storia politica è affidato alle immagini: disegnate da Chatgpt e perfezionate dalla redazione, citano visivamente un’ormai lunga vicenda che va dalle prime navi negriere alla rete satellitare di oggi, passando per la battaglia di Gettysburg, i migranti a Ellis Island e la guerra del Vietnam.

Melville non è l’unica sorprendente concomitanza del numero, ce ne sono altre, in modo particolare una: riguarda una critica rigorosa del complottismo grazie alla bella e ricca intervista che Simone Cosimellli ha fatto a Zeffiro Ciuffoletti, con discernimenti che in parte ritornano anche nella recensione, a mia firma, del saggio di Marco Grispigni “Strategia della tensione. Utilità e danno di un concetto abusato”. Qui vorrei permettermi una piccola nota di merito: penso che sia stato abbastanza coraggioso, nell’epoca di quegli Epstein files che sembrano avallare qualunque dietrologia tossica, dedicare spazio a studiosi che non accettano di venir meno a un criterio di storicità e di verifica delle fonti, oltre che di logica consequenziale.

Prometeo continua inoltre a occuparsi di intelligenza artificiale, che ormai è scienza applicata e in questo numero

di giugno ci porta due notizie: una buona e una, diciamo, perlomeno double-face. La buona notizia ci viene fornita da Maria Pia Abbracchio quando delinea una medicina e una farmacologia ormai personalizzabili, dunque in grado di offrire a ciascuno una diagnosi e una cura tailor made, presumibilmente ben più efficace.

Per contro, Alessia Dorigoni ci allerta sulle problematicità dell’AI e sui cosiddetti “agenti” – applicazioni sempre più diffuse – che potrebbero acquisire un’autonomia incontrollata in rapporto per esempio agli acquisti e più in generale grazie all’automazione di scelte da parte di questi speciali alter-ego. 

Ci sarebbero molti altri servizi su cui fare cenno, ma come sempre lo spazio a disposizione sta per terminare.

Vorrei utilizzare le poche righe rimaste con qualche parola sulle illustrazioni di rara bellezza disegnate per Firenze

e per il Rinascimento da Stephen Alcorn. Qui è successa anche una cosa davvero unica: per la prima volta da anni, anzi da decenni, il tema è così vivido nella storia personale e artistica di Alcorn che l’autore della copertina ne è diventato anche il soggetto. Ed è una cover bellissima, che dedichiamo a tutti i nostri lettori.

Gabriella Piroli