Philippe Petit, il funambolo che fece fermare Manhattan

Il 7 agosto del 1974, alle 7.15 del mattino, Manhattan si sveglia come sempre. Il rumore del traffico che inizia a salire dalle strade, le sirene lontane, il ronzio della città che si accende. E poi qualcuno alza gli occhi. Un puntino nero sospeso tra le Torri Gemelle, a quattrocento undici metri d’altezza. Un errore di prospettiva, forse. Un uccello. Ma il puntino si muove lateralmente, impossibile, su una linea invisibile nell’aria dell’alba.

Philippe Petit è su un cavo d’acciaio spesso meno di tre centimetri. Sotto di lui non c’è niente. Nessuna rete, nessuna cintura. Solo un’asta per l’equilibrio e il cielo che è diventato il suo tappeto. Si muove con una lentezza deliberata, come se camminare sul vuoto fosse la cosa più naturale che esista.

La gente si ferma per strada. Qualcuno punta il dito. Altri restano immobili, col collo piegato all’indietro. Il traffico rallenta. I clacson suonano ma nessuno li sente davvero, perché tutti stanno guardando in alto, verso quel punto dove la gravità dovrebbe esistere ma pare abbia deciso di prendersi una pausa.

Petit attraversa una volta. Poi torna indietro. Otto traversate in quarantacinque minuti, avanti e indietro come se stesse passeggiando in un parco. A un certo punto si ferma — e questo è il momento in cui il mondo trattiene il fiato — si inginocchia sul cavo, si siede, si sdraia completamente, disteso sull’acciaio a quattrocento metri dal suolo, e guarda il cielo sopra di lui. Le ultime stelle dell’alba stanno scomparendo. Lui le saluta.

Sulle torri ci sono i poliziotti, terrorizzati e impotenti. Lo chiamano, gli fanno segno di scendere. Petit li guarda, si alza, e attraversa di nuovo. È una danza, uno sberleffo gentile alle autorità che non possono fare altro che aspettare. Lui è libero lassù, più libero di quanto sarà mai una volta sceso. Il cavo gli canta sotto i piedi — «bisogna spostarsi con dolcezza, senza disturbare il canto della corda», scriverà poi nel suo Trattato di funambolismo.

In basso, Manhattan continua a fermarsi. Operai, segretarie, tassisti. Tutti col naso all’insù. Perché quello che sta succedendo lassù non ha senso, eppure ha tutto il senso del mondo. Un uomo che accarezza il cielo come se fosse una cosa solida.

Quando finalmente scende, lo arrestano. Il procuratore lascia cadere le accuse e lo condanna a esibirsi per i bambini a Central Park. L’Autorità portuale gli dà un pass a vita per il tetto delle Twin Towers. Come dire: torna quando vuoi, pazzo meraviglioso.

Petit era adolescente quando vide per la prima volta la fotografia delle Torri in costruzione, su una rivista in uno studio dentistico. Decise che il suo posto era esattamente lì, sospeso tra due punti nel cielo. Ci mise anni a progettarlo: elicotteri noleggiati, modelli in scala, infiltrazioni notturne. Un crimine artistico. Perché nessuno gli aveva dato il permesso. Chi darebbe mai il permesso di camminare sul vuoto?

Prima delle Torri c’erano stati i campanili di Notre-Dame, l’Harbour Bridge di Sydney. Espulso da cinque scuole, arrestato più di cinquecento volte. Tutto imparato da autodidatta. «I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni», scriveva.

Oggi ha settantacinque anni e cammina ancora su fili, anche se adesso a sei metri invece che a quattrocento, nella cattedrale di Saint John the Divine. Ancora senza rete.

Quella mattina d’agosto, per quarantacinque minuti, l’aria è diventata suolo e il vuoto una casa. E qualcuno ha guardato in alto e ha capito che lo spazio tra due punti non è mai davvero vuoto, se hai l’ostinazione di attraversarlo.