Marlene Dietrich ha quasi trent’anni quando arriva a Hollywood da Berlino, con L’angelo azzurro nel curriculum, una calzamaglia nera e un regista austriaco al seguito. Josef von Sternberg la osserva a lungo, in silenzio. Il viso è bello, certo. Resta però ancora un viso. A Sternberg serve un’icona.
Il regista le chiede di dimagrire, e Marlene dimagrisce. Le chiede di rifarsi le sopracciglia, e lei le rade e le ridisegna sottili, alte, perennemente sorprese da qualcosa che non c’è. Le chiede di studiare la luce. Marlene impara dove si nasconde l’ombra in una stanza meglio del direttore della fotografia. Sul set di Marocco pretende di rivedere ogni inquadratura prima del ciak, e i tecnici la odiano e la adorano in parti uguali.
Resta un problema: le guance. Troppo piene, troppo bavaresi, troppo sane. E qui comincia la parte di leggenda che i biografi riportano sempre con il condizionale, perché Marlene non ha mai confermato e non ha mai smentito – il che, nel suo caso, vale una conferma travestita da silenzio. Si racconta che vada dal dentista e si faccia estrarre i molari superiori. Non uno. Diversi. Lo scopo è semplice e raccapricciante: senza quei denti dietro, le guance crollano leggermente all’interno, e sotto gli zigomi si apre quella mezzaluna di ombra che diventa, da lì a poco, la firma del volto più fotografato del decennio.
L’aneddoto galleggia da quasi un secolo nelle biografie come una di quelle storie che nessuno riesce a documentare del tutto e che però nessuno ha voglia di smontare, perché troppo perfetta per essere falsa. Calza addosso a Marlene come un guanto di seta nera: la donna che si presenta a Hollywood con uno smoking maschile, che si fa cucire addosso un’androginia su misura, che pretende di essere illuminata sempre dall’alto e sempre con un faro chiamato in suo onore – la Dietrich light – non avrebbe mai esitato davanti a una piccola questione di odontoiatria.
Negli anni successivi il cantiere continua. Marlene si tira la pelle del viso all’indietro con strisce di nastro chirurgico nascoste sotto la parrucca, una tecnica conosciuta come Croydon facelift. Si fa passare una catenella sottile sotto la mascella per sostenere il giro del mento. Sopporta tutto con la pazienza di chi ha capito molto presto una cosa che nessuno le aveva insegnata: una diva si fabbrica a mano, con utensili di precisione. Nessuno se ne accorge, e tutti applaudono.
Le guance scavate fanno il giro del pianeta, attraversano il bianco e nero del Trentennio dorato e arrivano fino alle copertine patinate dei decenni successivi. Le truccatrici di mezzo mondo studiano come ottenere quell’ombra con un pennello e una polvere bronzo. Marlene, nel frattempo, sorride poco e mai mostrando i denti.