L’aria profuma di cipria e gin di contrabbando. Il pianoforte attacca, la tromba ride, una ragazza con i capelli tagliati alla nuca solleva l’orlo di tre dita. Le ginocchia si incrociano, si aprono, si sfiorano. I piedi scalciano all’indietro, le braccia remano nel fumo. Le perle girano intorno al collo e schiaffeggiano la notte. In fondo alla sala qualcuno sviene. Qualcun altro chiede il bis.
Il passo arriva da un cortile di orfani. Alla fine dell’Ottocento il reverendo Daniel Joseph Jenkins, nato schiavo, apre a Charleston una casa per i bambini abbandonati. Per mantenerla mette insieme una banda. Li veste con le divise smesse dei cadetti della Citadel: maniche troppo lunghe, bottoni d’ottone, scarpe di seconda mano. I ragazzi suonano per strada e qualcuno, davanti a loro, balla. Poi arrivano Buffalo, St. Louis, Parigi, Berlino, Roma. La musica raccoglie denaro, ma intanto si porta via il mondo.
Il nome nasce per strada, almeno così si racconta. A Harlem qualcuno grida a un ragazzo dell’orfanotrofio: ehi, Charleston, facci la tua danza. Qualche anno dopo il pianista James P. Johnson ritrova quel ritmo in uno scantinato di San Juan Hill, dove si balla fino all’alba. Guarda, si siede al piano e porta quel tempo nella mano sinistra. Dieci anni dopo, nel 1923, entra nel musical Runnin’ Wild, e New York smarrisce la compostezza.
In pochi mesi le gonne si accorciano, le calze si arrotolano sotto il ginocchio, il corsetto finisce in fondo all’armadio. Le ragazze ballano da sole, senza chiedere il permesso a nessun cavaliere. In Texas un’adolescente di nome Ginger Rogers vince un concorso di Charleston. Il premio è il vaudeville. Una sera d’ottobre Josephine Baker entra in scena al Théâtre des Champs-Élysées. È giovanissima, le ginocchia scattano, il sorriso è storto. L’Europa trattiene il fiato per un istante, poi si mette a ballare anche lei.
Lo scandalo arriva puntuale. Alle tre del mattino del 4 luglio 1925, a Boston, un musicista del Pickwick Club alza gli occhi e chiede se le luci stiano calando. Dal soffitto scende un velo di sabbia. Poi il locale di Beach Street si accartoccia: muoiono quarantaquattro persone. I giornali danno la colpa al ballo e lo battezzano Dance of Death. Il processo racconta un’altra storia: uno scavo per un garage accanto, un incendio, un pilastro che un perito definisce il calcestruzzo più marcio della sua carriera. Gli imputati escono tutti assolti.
Le sale non smettono un minuto. Circolano perfino cartelli prudenti con la sigla PCQ, Please Charleston Quietly, ma sotto quelle lettere i ballerini continuano a scalciare. Fuori piove, dentro qualcuno rovescia un bicchiere, la puntina gratta il disco e riparte.
Nessuno obbedisce a nessuno.
Il fuoco si spegne da solo, e per una questione di orli. Nasce un Charleston più piatto, senza calci, buono per le piste affollate; il Black Bottom lo addolcisce, il Lindy Hop se lo mangia, gli abiti da sera tornano a strisciare sul pavimento e le ginocchia scompaiono di nuovo sotto la stoffa. Arrivano il crollo di Wall Street e le file per il pane. Il passo entra nel quickstep e ci resta, travestito da buone maniere.
Chi ha fatto scandalo continua a portarsi il ballo addosso. Josephine Baker esce una sera d’ottobre dal teatro e non torna più indietro: la Francia diventa casa sua e, quasi un secolo dopo, il Panthéon apre le porte alla ragazza che scalciava in scena. James P. Johnson continua a scrivere musica, mentre il suo Charleston gira il mondo, fischiato per strada da gente che non saprà mai il suo nome.
Il cortile di Charleston, intanto, non smette di suonare. Da quelle maniche troppo lunghe esce un trombettista che sale a note dove l’aria si fa sottile, e un chitarrista che per quarant’anni tiene il tempo a Count Basie senza farsi sentire una volta sola. Il reverendo gira col cappello per rimediare una cena, e nel cappello gli cresce dentro un’orchestra.
Oggi basta una nota di hot jazz. Da qualche parte una donna posa il bicchiere, incrocia le gambe, sorride. Il secolo scorso le passa accanto e le strizza l’occhio e si continua a ballare.

