Emanuele Conte rilegge il capolavoro di Shakespeare in uno spettacolo intenso, grottesco e sorprendente, dove il potere si mescola al dolore e persino le tenebre sanno strappare un sorriso. Dopo il debutto nazionale del 15 ottobre, la nuova produzione della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse arriva a Milano, dal 28 al 30 ottobre.
E se il Macbeth di Shakespeare si consumasse tutto attorno a una tavola imbandita, tra segreti, desideri inconfessabili e pietanze dal retrogusto decisamente amaro? È questa la suggestiva intuizione alla base di A cena con Macbeth, il nuovo spettacolo scritto e diretto da Emanuele Conte, che dopo il debutto in prima nazionale dello scorso 15 ottobre porta in scena una rilettura originale, viscerale e a tratti grottesca di una delle tragedie più celebri di sempre. Conte torna così a confrontarsi con l’universo shakespeariano, dopo averne esplorato il versante più parodistico in Ubù Re Scatenato lo scorso autunno. Questa volta, però, la risata lascia spazio a un’indagine più profonda, che conserva tutta la brutalità della tragedia originale e ne illumina le pieghe più intime. Al centro non c’è soltanto la sete di potere, ma soprattutto il legame tormentato tra Macbeth e Lady Macbeth, due anime così vicine da sembrare due metà dello stesso essere.
Un amore che diventa ossessione
A interpretare Macbeth è Raffaele Barca, mentre Ludovica Baiardi veste i panni di Lady Macbeth. Insieme danno corpo a una relazione intensa e simbiotica, in cui amore, ambizione e sofferenza si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Lei è inizialmente la forza propulsiva, l’ambizione senza scrupoli che spinge verso il trono; lui è invece una coscienza tormentata, combattuta tra il desiderio di conquistare il potere e il terrore delle conseguenze. Eppure, con il procedere della vicenda, i confini si confondono, le identità si contaminano e la coppia si trasforma in un organismo unico, destinato a consumarsi insieme ai propri sogni. A rendere ancora più umana e dolorosa questa relazione è una ferita che Emanuele Conte sceglie di portare alla luce: la perdita prematura di un figlio. Un lutto silenzioso, mai davvero elaborato, che diventa la radice nascosta della loro bramosia e trasforma la conquista del potere in una disperata compensazione del dolore. La violenza, allora, non nasce soltanto dal desiderio di dominare, ma anche dall’incapacità di affrontare una perdita che continua a bruciare.
Tutti a tavola, le streghe hanno cucinato
La scena si svolge attorno a un banchetto che non è mai soltanto un banchetto. Lo spazio, claustrofobico e in continua trasformazione, diventa di volta in volta una mensa di Stato, un altare sacrificale e un labirinto dell’anima. Qui si consumano delitti, vendette e tradimenti, mentre le buone maniere provano inutilmente a nascondere l’orrore. A condire questa cena tutt’altro che rassicurante arrivano tre streghe decisamente fuori dagli schemi: niente solennità misteriosa o profezie declamate con ieratica compostezza, ma cuoche sguaiate, volgari e terragne, pronte a mescolare gli ingredienti della tragedia con una buona dose di ironia amara. Il risultato è un universo teatrale in cui il grottesco alleggerisce la tensione senza cancellarne la crudeltà, regalando al pubblico anche qualche sorriso beffardo. Accanto ai protagonisti, Alessandro Bergallo interpreta il Portiere, Pietro Fabbri è Re Duncan, Marco Rivolta veste i panni di Malcolm e Graziano Sirressi quelli di Macduff. Fabbri, Rivolta e Sirressi danno inoltre vita alle Streghe, moltiplicando le presenze e le trasformazioni di questo inquietante gioco teatrale.
Il potere cambia volto, ma non scompare
Nella sua nota di regia, Conte parte anche dalla natura frammentaria e contratta del Macbeth, il più breve tra i testi tragici di Shakespeare giunti fino a noi nel First Folio del 1623, probabilmente rimaneggiato e condensato nel corso della sua storia scenica. Da questa essenzialità nasce una riscrittura che non vuole tradire l’originale, ma riportarne in superficie la materia più autentica e feroce. E se la morte di Macbeth potrebbe sembrare il preludio a un nuovo ordine, lo spettacolo apre una prospettiva tutt’altro che rassicurante. Malcolm, futuro re, suggerisce infatti che il meccanismo del potere non si è affatto interrotto: cambia chi siede sul trono, ma la bramosia di dominare continua a rigenerarsi, come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri. È proprio qui che A cena con Macbeth supera i confini della vicenda individuale e si trasforma in una riflessione senza tempo sulla natura umana. Perché dietro le ambizioni dei sovrani, le profezie delle streghe e il sangue versato si nascondono paure, fragilità e desideri che appartengono anche al nostro presente. Prodotto dalla Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, lo spettacolo porta la firma di Emanuele Conte per la drammaturgia e la regia, con i costumi di Daniela De Blasio e il disegno luci di Matteo Selis. Un lavoro corale che invita a guardare Shakespeare da una prospettiva nuova, più intima e carnale, senza rinunciare al piacere del teatro che sorprende, inquieta e diverte. L’invito, del resto, è già tutto nel titolo: sedersi a tavola, lasciarsi avvolgere dall’atmosfera e scoprire cosa accade quando il desiderio di avere tutto finisce per divorare ogni cosa.










