Una storia finita per te. Ma non per l’altra

Li abbiamo incontrati tutti. Donne, uomini, non fa differenza: la specie dei “praticamente è finita” non conosce genere, età, né geografia. Per comodità userò il femminile, ma il fenomeno è democratico.

La scena è sempre la stessa: una sera qualunque, un social qualunque, una tua foto innocua — magari un vestito carino — e tac, appare la miniatura del suo volto. Un tondino di meno di un centimetro che porta con sé un destino: quello di farti passare le prossime ore incollata alla chat.

Il primo messaggio è di una semplicità disarmante: «Come stai?». Tu rispondi. Lui replica: «Momento difficile».

E da lì, inevitabile, inizi a inciampare nel buco nero delle probabilità: che succede? perché proprio a me? e soprattutto… cosa vuole?

Vuole vederti, ovviamente. E tu ci vai — perché c’è qualcosa da capire, qualcosa da decifrare.

Arrivi elegante ma non troppo, con quell’aria di spontaneità che nessuna spontaneità ha mai avuto.

E quando lo vedi, capisci subito che il “praticamente è finita” non si limita a raccontare: interpreta.

Come si veste lui:

camicia bianca un po’ troppo stirata, maglione blu scuro, orologio serio, scarpe pulite ma non nuove.

Profumo discreto ma persistente, capelli spettinati con quell’arte millimetrica che finge nonchalance.

Sembra un uomo uscito da un casting per “crisi coniugale, ruolo protagonista”.

Si siede davanti a te con la sua tristezza addosso come fosse un capo di maglieria pregiata.

E tu?

Tu fai tutto ciò che fa una donna quando qualcosa non torna ma vuole crederci lo stesso.

Cosa fa lei mentre lui parla:

accavalli le gambe, magari una volta di troppo.

Riposi il tacco — calibrato tra giorno e sera — come se la stabilità passasse dalle caviglie.

Inclini la testa di pochi gradi, un gesto che sa di ascolto.

Con il dito disegni cerchi impercettibili sul bordo del bicchiere, come a tenere insieme presente e possibilità.

Ogni tanto sorridi, ma il sorriso non arriva mai davvero agli occhi.

E mentre lui parla — palpebra leggermente abbassata, ginocchia rivolte all’interno, voce che si fa sottile — tu ti sporgi un po’ in avanti, istintivamente, come se la verità stesse per emergere da un momento all’altro.

Non emerge, ovviamente: scivola, come fa sempre.

Gli porgi la mano e chiedi, con tatto, se è per la sua fidanzata o moglie che è così triste.

Lui annuisce.

(Sei già la seconda. Ma lo scoprirai dopo.)

Il “praticamente è finita” prosegue il suo monologo con la sicurezza di chi si sente incompreso da secoli. Ti racconta della relazione lunga, spenta, logorante.

E poi, con un respiro da attore consumato, arriva alla frase chiave:

«Praticamente è finita.»

Dormono sul divano.

Vivono come fratelli.

Ognuno fa la sua vita.

La sceneggiatura è perfetta, la recita impeccabile.

Ed è proprio lì — mentre gli alberi della tua immaginazione iniziano a piegarsi al vento, mentre i fulmini squarciano il cielo metaforico — che scopri una nuova forma d’amore: l’amore teorico.

Un amore che non sta né in Dante né in Boccaccio, ma nel grande manuale sentimentale della contemporaneità.

In teoria pranzano insieme la domenica.

In teoria decidono le vacanze.

In teoria guardano Sanremo.

In pratica… non è finita per niente.

Parte così il classicone moderno: tu in pigiama il sabato sera davanti alla TV; lui — sempre in teoria — fuori con lei.

E tu capisci. Giustifichi. Ti adatti.

Perché lui ti offre tanto, dice lui. Ti apre nuovi spunti di riflessione, dice sempre lui.

Fino a quella sera gelida, in cui fuori fa freddo e tu sei completamente sola (diciamolo piano: sola), mentre lui — in teoria — è dall’altra parte della città. Non da solo.

Così, apri l’acqua del bollitore.

Prendi una tazza.

Tiri fuori una bustina di camomilla. Si, la camomilla…

E capisci tutto. In teoria almeno.