La performance del relax

Martedì sera, ore 22:37. Il laptop si chiude dopo una giornata di riunioni consecutive e immediatamente si apre il telefono.

Non per rilassarsi: per controllare i passi giornalieri. Ne mancano 1.247. Imprechi sottovoce, scarpe da ginnastica, giro del quartiere al buio. Domani bisogna chiudere gli anelli dello smartwatch. Mica si può interrompere lo streak — qualunque cosa significhi — di 47 giorni consecutivi.

Benvenuti nella contemporaneità, dove anche il relax ha le sue scadenze. E che scadenze.

L’economista John Maynard Keynes nel 1930 predisse che avremmo lavorato solo quindici ore a settimana, immaginava pomeriggi di ozio contemplativo.

Non aveva previsto, però, che avremmo trasformato quelle ore libere in una maratona di self-improvement degna di un tirocinio non pagato presso noi stessi.

Le domeniche sono la prova perfetta: sveglia alle 7 per la sessione di yoga già pagata, brunch instagrammabile, mostra di fotografia contemporanea, aperitivo letterario. Alle nove di sera si crolla sul divano con quella sensazione familiare di esaustione, mentre si scorrono i like del post della mostra: 247. Un numerone.

Rendere il riposo una performance è un fenomeno così pervasivo che alcuni psicologi lo chiamano leisure sickness, la malattia del tempo libero. Secondo alcuni studi, il 44% delle persone prova sensi di colpa quando non fa nulla di produttivo.

Non sensi di colpa per aver procrastinato qualcosa di importante: sensi di colpa esistenziali per aver sprecato una domenica senza documentarla, anche solo per mostrare le prove a un amico.

Tre abbonamenti a palestre diverse sono diventati la norma. L’agenda del tempo libero è più fitta di quella lavorativa. L’app di meditazione premium da 89 euro l’anno viene usata in pausa pranzo, perché la sera “non c’è proprio tempo”.

Il wellness — industria che vale circa 1,5 trilioni di dollari a livello globale — ha completato l’opera, trasformando la cura di sé in un lavoro a tempo pieno. Otto ore di sonno monitorate dallo smartwatch che vibra con disapprovazione se sgarri. Skincare in dodici passaggi. Journaling per processare le emozioni.

Abbiamo letteralmente messo il badge e timbrato il cartellino per rilassarci, in una logica che invade tutto ciò che dovrebbe essere chiamato riposo. La programmazione della performance durante il relax ha inizio. La tabella di marcia non è per niente semplice: fotografie, luce giusta, locali giusti, smorfie giuste.

Anche gli hobbies sono stati colonizzati dalla stessa logica. Pochi ormai suonano la chitarra per svago: si pubblica una cover ogni venerdì, si monitorano le metriche, si registra lo stesso pezzo dieci volte perché l’illuminazione non era perfetta.

Il sociologo tedesco Hartmut Rosa parla di “incapacità strutturale al riposo”. È esattamente questo: abbiamo interiorizzato così profondamente la logica produttivista da non riuscire più a concepire valore al di fuori della performance.

Siamo diventati i manager di noi stessi, con KPI da rispettare anche nel tempo che dovrebbe appartenerci completamente.

Il faldone si chiude, il paradosso si autoalimenta, e noi continuiamo anche quando potremmo finalmente fermarci.

Se solo fermarsi fosse performativo.

O almeno documentabile.

Che fatica…