Lo psicodramma del parcheggio

Sei in macchina, tutta bella. Capelli freschi di piastra, coda alta, rossetto rosso-matte steso con la precisione di un ritrattista.
Hai scelto sneakers bianche, jeans blu alla caviglia leggermente attillati, t-shirt beige e una borsa griffata nuova fiammante, abbandonata con nonchalance sui sedili posteriori.

Inoltre, hai appena iniziato la dieta mediterranea “a zone” – che ancora non sai bene cosa sia, ma è un mix esotico e misterioso. Hai perso un etto in una settimana e ti senti favolosa.

Così, hai preso la tua auto e sei partita: centro città, vetrine, una puntata in profumeria – magari anche solo per un campioncino. Lo deciderai in loco.

Al semaforo prima della ZTL metti la freccia, fumi la tua sigaretta elettronica e, mentre giri a sinistra, dai una sbirciatina soddisfatta alla manicure “milky”, fresca di estetista.

Sei top. Hai il pass da residente, quindi puoi parcheggiare dove vuoi. Sì, sei una di quelle fortunate.

Il miracolo e la minaccia del parcheggio

Ed ecco che lo vedi: il miracolo. Un parcheggio libero. Proprio lì, tra un’auto e i bidoni dell’immondizia. Il tuo destino ti sorride.

Inizi la manovra, freccia inserita, specchietto controllato. Tuttavia, nello specchietto… appare lui.

Sagoma ferma, braccia ai fianchi, sguardo fisso su di te: l’omino del parcheggio. È lì per te. È nato per questo. Si sente investito di una missione superiore: farti parcheggiare bene, aiutarti, pensando che tu non sia capace.

Aspettava qualcuno, ed eccoti. Non è il suo lavoro fare il parcheggiatore. È solo una vocazione. Ti fissa. Tu lo fissi.

Provi ad andare in retromarcia ma sbagli, perché il suo sguardo ti distrae. Riparti. Riprovi. E lui… inizia a dirigere la manovra con gesti vaghi e solenni, un misto tra vigile urbano e addetto agli aerei in pista.

Tu lo segui, anche se confusa. I suoi segnali sono criptici: prima le mani si muovono in senso orario, poi improvvisamente antiorario. Ti chiedi: “ma cosa vuole questo?” Zigzaghi mentre lo specchietto inverte tutto: quando lui dice destra, vai a sinistra.

Nel frattempo, il mondo va avanti: bici, motorini e una mamma con passeggino sfilano attorno a te. Ti senti braccata. Stringi il volante. Vorresti abbassare il finestrino e urlare:

“Aiutatemi, io sono ostaggio dell’omino del parcheggio!”

Rivincita da film

Ma resisti. Perché questa è una battaglia per la tua dignità. E proprio lì, qualcosa in te cambia.

Gli occhi si accendono di giallo, la tua coda si trasforma in corna da Maleficent, le labbra si fanno più carnose. Il cielo si fa grigio, e il motore della tua utilitaria suona come una Porsche Carrera.

Lui intensifica i segnali. Tu lo sfidi. Lo guardi dritto negli occhi. Lui capisce: ha trovato la sua nemesi.

A quel punto, tutto si ferma. Il tempo. Il traffico. Gli uccellini. Solo tu e lui.

Urli. È un ruggito apocalittico. La polvere si alza. L’omino è impietrito, pallido, con i capelli sparati in aria e le orecchie che fischiano.

Poi, come nei migliori finali: si arrende. Indietreggia. E corre via, gridando:

“Si salvi chi può!”

La vita riprende il suo corso. Anche la mamma col passeggino ti sorride. Gli uccellini tornano a cinguettare.

E tu, senza più alcuna distrazione, senza alcun comando, parcheggi alla perfezione la tua macchinina.

Perché sì, sei fighissima.