La domenica dell’autolavaggio

C’è un luogo dove tutto pare fermarsi, o perlomeno dove non cambia mai nulla. Possono esserci notifiche sul telefonino che arrivano a raffica, clacson delle macchine che suonano in continuazione, fiumane di persone che vanno a un concerto nelle vicinanze… ma niente: in questo luogo tutto si placa, le cose sono sempre le stesse, e rimarranno sempre le stesse. È un’oasi felice e sicura, dove il tempo non scorre, e i protagonisti, anche se cambiano, in realtà nemmeno loro cambiano mai. Verrebbe da chiedersi: si tratta di una mostra? Di un giardino zen denso di filosofia yogica? No. Si tratta della stazione dell’autolavaggio. E, in particolare, della “domenica dell’autolavaggio.”

Già, ci si reca all’autolavaggio e subito si respira con più calma. Si vedono uomini, più o meno giovani, accompagnati da ragazze o donne molto carine, vestite tutte uguali: felpe, sneakers, jeans. Hanno una borsettina che tengono nel mezzo del braccio, ripiegato elegantemente verso l’alto. Le ragazze guardano; i ragazzi si esibiscono in un car washing affetto da un incredibile machismo. Tutto ciò avviene davanti ai nostri occhi, con un ritmo ipnotico, e non ci si accorge nemmeno che si viene immersi in un mondo di schiume speciali, spugne enormi che, per tenerle in mano, anche i bicipiti all’improvviso si ingrossano per fare il loro duro lavoro: pulire il vetro della macchina.

Ma cosa fanno di preciso i soggetti presenti, travolti da questa atmosfera quasi marziana? All’inizio usano lo spruzzatore per lavare tutta la macchina, poi, non soddisfatti, portano la loro autovettura in un angolo e, con un secchio e tanta dedizione, iniziano la loro ballata con le quattro ruote. Questi individui immergono la spugna – quella enorme, s’intende – lentamente e, come se fosse un oggetto magico, la strizzano per poi passarla sul vetro anteriore con movimenti lenti, assaporandosi appieno il momento. Ogni tanto questi lavatori romantici lanciano uno sguardo alla loro ragazza che li fissa, ma non si capisce se sia fiera o annoiata. Oppure se sia incredula per il tanto amore verso una spugna. Ma fa niente, lei manda un bacio a lui e il rituale continua, lento e inesorabile. È domenica, c’è un autolavaggio, cos’altro serve?

Poi, la fase clou arriva quando il proprietario dell’autovettura si accinge a pulire la cosa più importante: il cerchione della ruota. Ah, il cerchione. Gli amanti del lavaggio dell’automobile della domenica piegano le ginocchia con fare deciso e, con uno straccetto, lucidano questo cerchione con movimenti concentrici e sincroni. Il cerchione è il loro biglietto da visita. Se una persona non pulisce bene il cerchione, tutto il lavoro precedente non vale niente. È il dettaglio, quello che fa la differenza. No?

Arriva infine il momento topico, quello che indica che si è in chiusura: l’estrazione dal baule della pelle di daino. Vera o ecologica, fa lo stesso: è quella pezzetta che al tatto ricorda una specie di velluto. La pelle di daino è uno status symbol che dice: “Io alla mia macchina ci tengo. Io ho la pelle di daino. E me la porto da casa.” Chi ce l’ha è un professionista senza rivali. Con quella si asciuga e si lucida tutto, lasciando la macchina splendente, senza nemmeno l’ombra di una gocciolina rimasta sul parabrezza. La postura in questo frangente è fondamentale: lo sguardo si fa più fiero, il passo più lento, l’aria più compiaciuta. Si dà un’occhiata al vicino di macchina, e si sorride, ma poco. Bisogna rimanere concentrati.

Attorno, c’è qualcuno osserva in silenzio: ii voyeur della pulizia dell’automobile. Di solito si tratta di un soggetto lì, in piedi, con le gambe aperte e le mani sui fianchi. Qualche volta è in tuta, o comunque con un abbigliamento casual. Si mette proprio vicino a dove viene utilizzato il getto per l’acqua. Talvolta al buon voyeur del lavaggio di automobili si bagnano appena appena i capelli, ma chi se ne frega: sta passando il suo tempo in un’oasi senza tempo, e dei capelli non importa nulla.

Si potrebbe pensare: e i rulli per lavare, a cosa servono? Sono il piano B, una cosa un po’ da principianti, o da usare solo se si ha fretta durante i giorni feriali.

Arriva il moneto di andarsene e, allontanandosi dalla stazione dell’autolavaggio, ci si rimette sulla strada: una statale, una tangenziale o altro. Rientriamo nella dimensione normale, si leggono le notifiche arrivate sul telefonino, si reagisce al suono del clacson suonato da qualcuno, e ci si fa largo tra la folla che sta andando a un concerto nelle vicinanze. E si lasciano là, in quello spazio ovattato, il ricordo del ragazzo che ancora guarda il suo cerchione, la ragazza che lo fissa con la borsettina al braccio, e l’osservatore con i capelli bagnati.

Torneremo ancora, magari la prossima domenica a dare una sbirciatina, dai.