Io, Lenny Kravitz e la hostess senza cuore: aerofobia

La paura di volare, o aerofobia, è cosa piuttosto conosciuta e comune nella sfera delle fobie. Molti personaggi noti hanno dichiarato di soffrirne e che questo timore ha addirittura caratterizzato la propria vita professionale. Lo hanno dichiarato la cantane Mina, ad esempio, Maria de Filippi, Aretha Franklyn e anche uno come Lenny Kravitz, che a vederlo, sembrerebbe uno che…niente a vederlo lo si guarda e basta perché è Lenny kravitz. Io, nel mio piccolo, non sono da meno. Se l’aerofobia è una forma comune di ansia che può variare da un lieve disagio a un vero e proprio attacco di panico quando si affronta un volo, per me e sempre nel mio piccolo, si tratta di un momento di terrore, di esorcismo che mi prende e che mi deforma sul viso e nell’animo. Eppure, una volta volavo.

Ho iniziato a prendere aerei già da quando ero bambina. Da adolescente mi muovevo in aereo da sola per fare quei viaggi studio, nei quali impari le lingue e, soprattutto, mangi liberamente tutte le schifezze del luogo in cui ti trovi.

Ma a un certo punto, durante un volo che mi sta portando in Egitto, sento che qualcosa nel mio corpo non va. Anche nella mia mente c’è qualcosa che non va. Iniziano a sudarmi le mani, il respiro diventa affannato, mi fa male la testa e poi mi viene da piangere. Insomma, decido a decollo avvenuto, che per me è arrivato il momento di scendere. Voglio scendere, uscire da quel coso di ferro che sta in alto, a non si sa nemmeno quanti metri.

Ma dato che non si può uscire – e questo me lo dice, senza alcun tatto e dritto in faccia, la hostess – a me sale una rabbia incontrollata e incontrollabile. Con tutti: passeggeri, pilota, steward… tutti, senza alcuna eccezione, sono i miei nemici e complici di questo sequestro di persona, che sarei io.

Allora divento davvero cattiva. La voce mi si fa roca, tipo film horror. Mi manca solo di camminare sulle mani all’indietro e sembro uscita fresca fresca dal film L’Esorcista. Le persone mi guardano con un ghigno insopportabile, e le hostess, senza nemmeno un briciolo di solidarietà femminile, servono imperterrite i succhi di frutta ai presenti. Dei fruttini, come si era soliti chiamarli: iperglicemici e, verrebbe da dire, piuttosto fuori luogo come bevanda mentre procediamo sulle nuvole.

Nel frattempo, lo steward, forse impressionato dalle mie pupille ormai gialle e dai canini acuminati che mi sono spuntati, viene a tenermi la mano, convinto di rasserenarmi, e mi invita addirittura ad andare nella cabina di pilotaggio. Così, secondo lui, potrei tranquillizzarmi. Figuriamoci se vado dritta a casa di chi guida quell’affare e mi tiene lì chiusa!

Ci sarà una Grecia, un’Albania, qualcosa su cui atterrare per farmi scendere, penso io. Ma lo sguardo fermo dello steward mi impedisce di chiederglielo: riesco solo a ringhiare, o ululare, o emettere suoni ultraterreni.

È una fobia, non la si controlla. Ci si rassegna? No, certo che no. Infatti, mi sono anche iscritta a uno di quei corsi dove la si vince questa paura, con tanto di psicologa a portata di mano. Ma non è servito, e comunque su quel volo per l’Egitto mi sono spaventata più di me che di quel coso di ferro. Sarà mica questa la vera fobia? Mah.

Finalmente l’aereo atterra dove era previsto che atterrasse, cioè a Sharm El Sheik. Mi sistemo i capelli, la gonna e mi avvicino all’uscita. Allungo la mano allo steward e, mentre mi esce una scintilla dagli occhi, gli dico: «È stato un vero piacere volare con voi. Bastardi.»

Si, forse la vera fobia era verso di me, o è verso noi stessi. O chissà di cosa realmente.