- Mauro Corbetta
- Agosto 5, 2025
- 1:10 pm
C’è una frase che riecheggia, come un’eco postmoderna del Vangelo, nei corridoi di chi osserva la cultura pop con sguardo critico e disincantato: “Il mondo non ha bisogno di un salvatore”. La pronunciò Lois Lane nel film Superman Returns, ma al di là del contesto narrativo, quella frase ha la forza di un’eresia. Perché nel cuore dell’Occidente – sia esso cristiano, laico, agnostico o confusamente spirituale – l’idea di un Salvatore resta il sedativo preferito per l’angoscia umana. Che si chiami Dio, Superman o Elon Musk, l’uomo moderno continua a cercare qualcuno a cui delegare il peso insopportabile della libertà.
Non è affatto un caso che Superman, fin dalla sua prima apparizione nel 1938, sia stato letto da molti come una figura messianica. Viene da un mondo distrutto, è inviato sulla Terra dal padre Jor-El – nome che suona più biblico di certi profeti dell’Antico Testamento – e cresce tra gli uomini, nascosto, finché non rivela la sua vera natura per salvarli. Vola, compie miracoli, è invincibile, e non mente mai. È un dio con la “d” minuscola, nato in un’America in crisi economica, ma in fondo figlio dello stesso bisogno di senso che da millenni ha dato vita alle religioni.
Ma oggi, proprio oggi, in questo secolo iperconnesso, infetto d’informazione e povero di saggezza, dobbiamo porci una domanda urgente: e se il mito del Salvatore fosse la nostra condanna? Se fosse un alibi perfetto per restare eterni adolescenti, incapaci di assumere su di noi il peso delle nostre scelte, dei nostri errori, del nostro futuro? Il mondo non ha bisogno di Superman. Ha bisogno che l’umanità finalmente diventi adulta.
Credere in Superman, o in Dio, o in qualunque loro surrogato contemporaneo – che sia la Scienza, il Mercato o l’Intelligenza Artificiale – è un atto di abdicazione. Non è fede, è comodità travestita da speranza. Significa dire: “Non toccherà a me risolvere la crisi climatica, le guerre, le disuguaglianze. Qualcuno, qualcosa, prima o poi, arriverà”. È l’illusione di chi guarda un disastro e aspetta che arrivi un mantello rosso a rimettere tutto a posto. È l’oppio nuovo di un popolo che si crede razionale, ma resta mistico nel profondo.
Eppure, la storia ci insegna che nessun eroe, nessun redentore, ha mai cambiato davvero le sorti del mondo senza che milioni di persone, senza poteri, senza gloria, scegliessero di cambiare sé stesse. Non ci fu un Superman a fermare Hitler: ci furono soldati, madri, operai, intellettuali, e sì, anche eroi, ma umani, fragili, mortali. Non ci sarà un dio che ci salverà dall’estinzione ambientale: ci saremo noi, oppure il nulla.
Il problema non è Superman in sé. È l’idea che ci basti desiderarlo perché tutto si sistemi. È l’eterna tentazione dell’infanzia morale: attendere che un genitore cosmico venga a porre fine al nostro dolore. Ma la verità è che nessuno verrà. E questa è una notizia meravigliosa. Perché solo in assenza di dei, l’uomo può finalmente camminare in piedi. Solo senza Superman possiamo diventare super uomini – non nel senso fascistoide e aberrante del termine, ma in quello nietzschiano: esseri capaci di dare forma al proprio destino, senza dover rispondere a un padrone, celeste o terrestre che sia.
Il mito di Superman ci parla anche di una profonda nostalgia di ordine. Di un mondo dove il bene e il male sono nettamente divisi, dove c’è sempre qualcuno che sa cosa è giusto fare. Ma il mondo reale è grigio, complesso, pieno di contraddizioni. E proprio per questo ha bisogno di pensiero critico, non di miracoli. Ha bisogno di cittadini, non di santi. Ha bisogno di responsabilità condivisa, non di autorità luminose.
La vera maturità politica, etica e persino spirituale consiste nell’accettare che siamo soli, e che proprio per questo dobbiamo essere insieme. Che nessuno ci salverà, e che proprio per questo dobbiamo salvarci a vicenda. Che la salvezza, se ha un volto, è quello della cooperazione umana, della giustizia costruita giorno dopo giorno, della dignità non donata, ma conquistata.
Chi oggi invoca Superman è, in fondo, come l’uomo che prega Dio quando la casa brucia, invece di prendere l’estintore. È una forma di superstizione laica che ci trattiene dal diventare ciò che potremmo essere. E allora, forse, il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere è smettere di aspettare. Smantellare l’altare, spegnere il segnale nel cielo, guardare il nostro riflesso e dirci, senza paura: non abbiamo bisogno di Superman. Abbiamo bisogno di noi stessi. Di accettare il rischio, l’errore, la caduta. Di camminare, infine, sulle nostre gambe.
Forse, in fondo, è questa la vera evoluzione: non volare, ma restare sulla Terra e renderla abitabile.