- Elisa Rovesta
- Gennaio 24, 2026
- 11:00 am
Finalmente ti siedi.
Divano, leggings, calze morbide, felpa larga e quel tipo di pace che senti solo quando hai schivato 40 mail, 12 richieste assurde, 3 riunioni “veloci” (due ore ciascuna) e soprattutto il vicino che ti ha bloccata nell’androne per spiegarti, con un dispiacere cosmico, che il suo garage è più brutto del tuo.
E lui si impegna così tanto per renderlo perfetto.
Boh… ti dici.
Ora però, il mondo è in pace dentro di te e sei sul tuo divano, con il telecomando per terra, in segno di sfinimento.
Netflix è aperto sulla docuserie dedicata alla vita di Victoria Beckham. Victoria ti piace, è elegante, si veste bene, ha classe. E poi non suda mai — e tu cerchi, ogni volta, di capire come sia possibile.
Lei, con quella camicia perfetta, ti cattura, per non parlare di quel gloss sulle labbra, così lucido che ti viene da coprirti gli occhi con le mani.
Con entusiasmo aspetti anche che compaia lui, in quel salotto: David.
Aspetti la voce, lo sguardo, il momento.
Te lo meriti di vedere David Beckham, sì: te lo meriti.
E mentre vedi che sullo schermo si gira la maniglia della porta… eccola: la notifica di un messaggio.
Un suono strano, quasi un boato.
Un taa-daaaam che non promette nulla di buono.
Intuisci di cosa si tratta, la mano ti trema mentre l’avvicini al display del telefono.
La ragione implora:
Aspetta David. Non aprire la chat. Aspetta almeno che Victoria spieghi — finalmente — perché non suda mai.
Ma tu no.
Tu sei educata.
Tu sei leale.
Tu sei l’amica di Luana.
E le notifiche vanno prese in seria considerazione sempre: è buona prassi. Si sa.
Così apri quella chat:
13 messaggi vocali:
Dieci minuti
Cinque minuti.
Unidici minuti.
Otto minuti
Quattro minuti (il breve).
Totale: 38 minuti tondi tondi.
Sfiori il tasto del telefonino, come se fossi un artificiere che disinnesca un ordigno.
Ma senza successo: l’ordigno parte comunque.
Il primo non sembra davvero un vocale, ma la puntata uno delle piante di Luana — assomigliando più a un podcast che a un messaggio.
Perché Luana ha la passione per i fiori, e ci tiene a renderti partecipe del suo amore bucolico. Mentre tu non ce l’hai affatto.
Tu sei allergica ai pollini, ma non importa: Luana vuole coinvolgerti in tutto. Proprio tutto, e senza utilizzo della sintesi.
Un preambolo sull’azalea, sulle foglie “che le parlano”, sull’umidità del terriccio che “non si possono sentire così”.
Tu ascolti.
Perché è buona prassi. Dicono…
Nel secondo e terzo vocale entra il fidanzato che “non comprende il mio bisogno di rinvasare”.
Nel quinto Luana compie una brusca interruzione di schema e cambia argomento: compare la commessa del negozio, che “non accetta le mie spalle difficili”.
Poi però si torna al terriccio acido, alla margherita come simbolo relazionale, e a una serie di micro-sventure botaniche che sfiorano la tragedia greca.
Netflix va in pausa.
Victoria resta immobile nello schermo con quell’aria fissa, come per dirti:
“Vabbè, stai pure lì con lo sguardo perso ma almeno pettìnati, santo Dio.”
Continui ad ascoltare i vocali di Luana.
Perché sì, le vuoi bene davvero.
Luana è un turbine, qualcuno che non capirai mai fino in fondo, che ti ostini a frequentare e che in qualche modo ti è indispensabile.
E in fondo avresti tanto da dirle anche tu…
ma metti che poi lei ti risponda…
altri tredici messaggi sarebbero difficili da sostenere.
Così ti limiti a mandarle un pollice in su.
Di nuovo fai ripartire Netflix.
Ed eccolo: entra David.
E il gloss di Victoria è davvero bellissimo.
Ormai è quasi mattina.
Si ricomincia tutto.