- Elisa Rovesta
- Settembre 6, 2025
- 11:00 am
C’è stato un tempo in cui il verbo “indossare” portava con sé un’idea precisa. Si poteva anche solo andare a prendere il pane, ma lo si faceva con un intento chiaro: comunicare qualcosa. Un’appartenenza, un ruolo, un umore. Vestirsi significava posizionarsi nel mondo.
Poi, è arrivata la tuta in ciniglia.
La tuta in ciniglia non è un capo. È un’alzata di spalle. Un “fate voi”. Una scelta che rinuncia alla forma senza del tutto rinunciare all’apparenza. Morbida, docile, accomodante, la ciniglia ha preso — senza troppo clamore — il posto che un tempo spettava al cachemire delle vestaglie borghesi. È l’uniforme di chi non ha nulla da dimostrare, né a sé né agli altri. Di chi non cerca approvazione, ma cerca un divano.
Un capo che non ambisce a stupire, ma a sospendere il giudizio. A dire: “beh? Che c’è?”
Tutto questo valeva, però, prima degli anni Duemila.
Ma andiamo con ordine.
La ciniglia è una materia ambigua. Finge di essere preziosa, ma non lo è. Ha un riflesso che richiama il velluto, senza averne la nobiltà. Toccarla è come accettare l’abbraccio di qualcosa che non chiede nulla in cambio. Insomma, ti autoinganni quando la tocchi o la indossi. E non te ne frega niente se offre al tuo corpo uno sviluppo in orizzontale, o se i pantaloni ti arrivano fin sotto ai piedi. Non ti importa nemmeno se sembri un’illusione ottica vivente. Perché è comoda. È morbida. È anche lucida.
Proprio per questo, negli anni Duemila la tuta in ciniglia si impone con un’inedita arroganza pop, sotto forma di completino leisure cromaticamente eccentrico, spesso con loghi vistosi e nuance zuccherose. A incarnare questa mutazione è il corpo esile e sfrontato di Paris Hilton, che la indossa come un’armatura glamour fatta di mollezza e trasgressione domestica. La sua figura — in tuta rosa pastello, occhiali maxi e Chihuahua alla mano — ha reso visibile un nuovo tipo di potere femminile: autoreferenziale, performativo, consapevole eppure frivolo.
Un’estetica dell’eccesso rilassato, che sembrava dire: “Sì, ho tutto, ma ho anche il tempo per non preoccuparmene.” Fine dei giochi. Finalmente la tuta in ciniglia vive il suo momento di riscatto. Non sei più un’illusione ottica. Negli anni 2000, con questa tuta, tu eri fashion.
Del resto, la moda se n’era accorta. Juicy Couture aveva trasformato la tuta in ciniglia in una dichiarazione di status per celebrity e aspiranti tali. Karl Lagerfeld, interrogato sul fenomeno, dichiarò che chi indossa la tuta “ha perso il controllo della propria vita” — eppure il suo stesso mondo non faceva che imitarla in passerella. Le collezioni athleisure di stilisti come Alexander Wang e Jeremy Scott flirtavano spudoratamente con l’estetica della comodità esasperata.
Eppure, anche in quella versione cool, la moda – si sa – passa. Già allora si intuiva, sotto sotto, un desiderio di disarmo, dove la morbidezza del tessuto assolveva l’eccesso del brand.
Oggi la tuta in ciniglia sopravvive, ma con toni più bassi, quasi zen: ha dismesso la vanità, conservando il privilegio del non-dover-fare. È diventata il simbolo discreto di una stanchezza colta, di una rinuncia estetica che si concede solo chi potrebbe permettersi l’opposto.
A portare avanti con illustre determinazione la valenza della tuta in ciniglia restano solo qualche trapper o rapper, ma per il resto la moda è pressoché passata. Povera tuta in ciniglia, e poveri noi che stavamo così comodi…
Come è potuto accadere? Va bene, non promette miglioramento. Ma accoglienza, quella sì.
Meritava davvero di passare in disuso così alla svelta? Non eleva, va bene, ma avvolge. Non impone, cede.
Tutto vero, eppure qualche nostalgico lo si vede ancora passare per le vie del centro, con la sua tuta in ciniglia. Zitto, contemplativo, che la tocca e guarda con occhi sfidanti chi invece è costretto in una rigida giacca dalle spalline scolpite nel marmo e che procura un andamento — a dir poco — marmoreo, per l’appunto.
Lui, il nostalgico lo sa che la tuta in ciniglia è l’abito del giorno dopo, dell’ora prima, del “non oggi, grazie”. In fondo, lo sappiamo tutti.
E poi diciamolo: è comoda.