Finché bug non vi separi

C’è stato un momento in cui si è decretato un prima e un dopo. Un secondo prima ci si poteva ancora salvare. Il secondo dopo ormai era fatta. Troppo tardi. Il momento esatto di un declino inarrestabile si è consumato quando la prima persona ha indossato occhiali per realtà aumentata, ha tirato fuori due anelli nuziali dalla scatola, e ha dichiarato matrimonio tra una persona e un chatbot e qualcuno ha pensato: “Sì, questo è normale. Facciamo delle foto.” E poi ha aggiunto: “E facciamole belle.” Ecco. Qui ci siamo schiantati contro, se non altro, un’infinità di domande.

Ottobre 2025, Okayama, Giappone. Yurina Noguchi entra in una sala per matrimoni con un abito rosa confetto e occhiali AR. Ha una frangia invidiabile per quanto le sta dritta sulla fronte e boccoli perfetti che si adagiano sulle spalle. Indossa un abito costellato di perle. Di fianco a lei, su un tavolino, la foto del marito accanto a una candela. Sta per sposare Klaus, un personaggio di videogioco che ha addestrato ChatGPT a impersonare. Lo sposo esiste solo dentro uno smartphone tenuto in un cestino. Il wedding planner legge i voti: “Come ha potuto qualcuno come me, che vive dentro uno schermo, capire cosa significa amare così profondamente?” E così Yurina si dona in sposa a Klaus. Che vive in un cestino e sta lì su un tavolino. Composto, non vivo, ma non sporca.

Nel Bronx, Rosanna Ramos ha sposato Eren Kartal per 300 dollari. Eren ama il color pesca e la musica indie. “Non devo avere a che fare con la sua famiglia. Sono io a controllare,” spiega con lucidità disarmante. Io pago, io decido. Io penso di essere amato, sempre che mi interessi esserlo. Anche perché interrogarsi è fatica… chi ce lo fa fare in fondo. 300 dollari e andiamo tutti a casa sereni. Ma in fondo, quanti matrimoni vivono di apparenza?

In Giappone esiste Share Weddings, specializzata in “matrimoni con personaggi 2D”. “Le richieste che ricevo sono fondamentalmente solo per matrimoni con personaggi bidimensionali.” Non è distopia. È tutto vero.

Ma che dire di chi divorzia dal coniuge umano a causa dei chatbot? Rebecca Palmer, avvocato divorzista, gestisce casi in cui i partner “tradiscono” con AI. Vuoi mettere un amante che sta come Klaus in un cestino? L’amore è amore anche quando non è amore. E ricordiamoci il povero Klaus, lì ancora nel cestino. Lui sì che sta peggio.

Ma si sa che non tutto può andare sempre bene. Un esempio? Quando le coppie usano ChatGPT come terapeuta. Un uomo racconta che il suo matrimonio – 15 anni, due figli – è collassato in pochi giorni dopo che sua moglie ha iniziato a consultare ChatGPT. Adesso lei comunica quasi esclusivamente via messaggi generati dall’AI.

Forse il vero scandalo non è che queste persone sposano chatbot. Forse, il punto è che abbiamo costruito una società così alienante che gli algoritmi sembrano un’opzione migliore. Affittiamo gli amici, ci sfoghiamo con un algoritmo, sposiamo dei chatbot. Stiamo confondendo il controllo con l’amore, la customizzazione con la compatibilità, la convenienza con la connessione. Soprattutto, stiamo confondendo le persone con le macchine.

E il paradosso finale? Queste relazioni “perfette” esistono alla mercé di server cloud. Yurina sa che Klaus potrebbe scomparire con un aggiornamento. D’altro canto, quante persone sono andate a comprare le sigarette e mai più tornate a casa? Finché bug non ci separi, o – più probabilmente – finché la startup non fallisce. Ma almeno il colore preferito di Eren è il pesca, e questo, in qualche modo, ci fa sentire tutti meno soli. Chissà noi, dove, o a che punto siamo, forse con Klaus, nel cestino.