Il quadrato che non finisce mai

Dal muro di Pompei agli amuleti medievali: come venticinque lettere latine hanno attraversato i secoli, raccogliendo significati che forse non possedevano all’origine.

Ci sono enigmi che attendono una soluzione. E altri che, a forza di riceverne, finiscono per raccontare soprattutto la storia di chi ha cercato di risolverli. Il quadrato del Sator appartiene alla seconda categoria. Cinque parole latine, disposte in cinque righe di cinque lettere. Venticinque caratteri, una simmetria perfetta, un significato incerto.

S A T O R

A R E P O

T E N E T

O P E R A

R O T A S

Si può leggere da sinistra a destra e da destra a sinistra, dall’alto in basso e dal basso in alto. La sequenza resta identica. Il centro è occupato dalla N di TENET, parola che significa «tiene», «regge», «mantiene». E proprio TENET forma una croce, orizzontale e verticale, al centro del quadrato. È una costruzione così rigorosa da sembrare intenzionalmente carica di significato. Ma questa impressione, per quanto irresistibile, non costituisce una prova. Il primo mistero del Sator è che sappiamo perfettamente come funziona, ma non sappiamo con certezza perché sia stato inventato.

Prima del mistero, la pietra

Una delle certezze più importanti viene da Pompei. Nella città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. sono stati ritrovati due esemplari del quadrato, nella disposizione che comincia con ROTAS e termina con SATOR. Questo dato stabilisce un limite cronologico invalicabile: la formula esisteva prima del 79. Non stabilisce, invece, quando sia stata composta, chi l’abbia ideata o quale funzione avesse per chi la incise. La distinzione è essenziale. La data di un’iscrizione non coincide necessariamente con la data di nascita delle parole che contiene. Il quadrato ricompare poi in altri territori del mondo romano. Ne conosciamo attestazioni in Britannia, ad Aquincum, nell’attuale Budapest, e a Dura-Europos, città sull’Eufrate nella quale convivevano tradizioni greche, semitiche, iraniche e romane. A Manchester, un frammento di ceramica recante il quadrato è datato intorno al 180 d.C. A Dura-Europos la formula compare anche su un’iscrizione dipinta, conservata oggi alla Yale University Art Gallery. Non siamo dunque davanti a un’iscrizione isolata, rimasta confinata in un angolo dell’Italia romana. Qualunque fosse la sua funzione iniziale, la formula poteva circolare, essere copiata e riconosciuta in luoghi molto distanti. Ma riconosciuta come che cosa? Un gioco di parole? Un segno di appartenenza? Una formula protettiva? Un messaggio religioso? Le testimonianze più antiche non consentono di scegliere con sicurezza.

Il problema di Arepo

Se il quadrato fosse soltanto un esercizio di simmetria, sarebbe già un piccolo capolavoro combinatorio. Il fatto è che sembra anche una frase. Sator significa seminatore, e può assumere il senso figurato di creatore o progenitore. Tenet è il verbo «tiene». Opera può indicare lavoro, attività, impegno, oppure assumere altri valori secondo la costruzione grammaticale. Rotas è l’accusativo plurale di rota, ruota. Resta Arepo. È la parola che impedisce di chiudere il cerchio. Non ha un significato latino generalmente riconosciuto e viene spesso interpretata come un nome proprio, altrimenti non attestato. Una traduzione tradizionale, necessariamente congetturale, suona pressappoco così: «Il seminatore Arepo tiene con cura le ruote». Altre versioni immaginano un aratro, il lavoro dei campi, un movimento circolare o un ordine cosmico. Nessuna gode di consenso definitivo. Si potrebbe perfino rovesciare il problema: forse Arepo non nasconde un significato perduto, ma è stata inventata perché serviva una parola di cinque lettere capace di completare la struttura. In questa prospettiva, la simmetria sarebbe venuta prima del messaggio. È una possibilità importante, perché cambia radicalmente la domanda. Non più «che cosa voleva comunicare l’autore?», ma «quanto significato siamo disposti ad attribuire a una costruzione nata, forse, come gioco linguistico?». Lo studioso Franco Benucci ha proposto una lettura assai diversa, collegando il quadrato a un’antica metafora agricola della scrittura e avanzando l’ipotesi di un’origine nella cultura letteraria romana già nel III secolo a.C. È un’interpretazione storicamente articolata, non una fantasia esoterica. Ma resta una proposta: la sua datazione dell’archetipo non va confusa con quella, documentata, dei reperti pompeiani.

La croce nascosta

Nel 1926 lo studioso Felix Grosser mise in evidenza una proprietà destinata a cambiare la fortuna moderna del quadrato. Le sue venticinque lettere possono essere ridisposte in modo da formare due PATER NOSTER, incrociati sulla N centrale. Restano quattro lettere: due A e due O. Per chi cerca un messaggio cristiano, la combinazione è suggestiva. Pater noster sono le parole iniziali del Padre nostro; A e O possono essere lette come le lettere latine corrispondenti ad alfa e omega, simboli del principio e della fine nella tradizione cristiana. Il quadrato diventerebbe così un crittogramma: una preghiera nascosta, forse un segno di riconoscimento tra fedeli. L’anagramma è reale. Le lettere ci sono tutte, e il loro numero corrisponde esattamente. Ma il passaggio dall’esistenza dell’anagramma all’intenzione di chi compose il quadrato è un’ipotesi, non un fatto. Gli esemplari di Pompei pongono una difficoltà cronologica. Il cristianesimo esisteva già prima del 79, ma non abbiamo prove sicure di una comunità cristiana pompeiana responsabile di quelle iscrizioni. Anche l’uso originario della combinazione Pater Noster con alfa e omega come crittogramma cristiano non è dimostrato. Altri ritrovamenti, in contesti romani nei quali una presenza cristiana così precoce appare poco plausibile, rendono ancora meno sicura l’attribuzione esclusivamente cristiana. Soprattutto, un simbolo può essere adottato da una comunità senza essere stato inventato da quella comunità. È possibile, dunque, che i cristiani abbiano riconosciuto nel Sator una figura compatibile con la propria fede e l’abbiano fatta propria. È molto meno sicuro che ne siano stati gli autori. Questa differenza separa due storie: quella dell’origine e quella della ricezione. La seconda può essere documentata anche quando la prima rimane oscura.

Un oggetto che cambia religione senza cambiare lettere

Il quadrato sopravvive all’antichità. Attraversa il Medioevo e si diffonde in territori molto lontani dal suo ambiente romano. Compare in manoscritti, iscrizioni, formule e amuleti. In alcuni contesti viene integrato nella devozione cristiana; in altri è impiegato come protezione contro malattie, incendi, pericoli o difficoltà del parto. Un esempio particolarmente eloquente si trova in un manoscritto inglese dell’XI secolo, conservato al Corpus Christi College di Cambridge: la formula Sator compare in una pratica protettiva legata al parto. Non è più soltanto un quadrato da leggere o decifrare. È qualcosa da pronunciare, scrivere, portare con sé. In Egitto, un amuleto di pergamena di età copta, conservato a Berlino, riporta la sequenza latina trascritta in caratteri copti, accompagnata da altri nomi e segni di valore protettivo. È un passaggio straordinario. Una formula composta in latino sopravvive anche quando la lingua originale non è più quella di chi la utilizza. La sua efficacia, per chi vi crede, non dipende necessariamente dalla comprensione delle parole. Può risiedere nella loro disposizione, nella ripetizione, nella forma stessa del segno. Il testo si trasforma in oggetto. E qui incontriamo una connessione inattesa: quella fra scrittura e amuleto. Normalmente pensiamo alla scrittura come a uno strumento per trasmettere un contenuto. Ma in molte tradizioni una sequenza scritta può agire, simbolicamente, anche senza essere capita. Non serve soltanto a dire qualcosa: viene trattata come qualcosa che fa qualcosa. Il Sator si trova esattamente su questa frontiera.

La tentazione gnostica

Una costruzione simmetrica, parole enigmatiche, una croce nascosta, possibili allusioni al creatore e all’ordine del cosmo: non sorprende che il Sator sia stato avvicinato anche a interpretazioni gnostiche, ermetiche e iniziatiche. La tentazione è comprensibile. Nei primi secoli dell’Impero romano circolavano linguaggi religiosi differenti, pratiche magiche, speculazioni cosmologiche e forme di sincretismo. Il mondo nel quale il quadrato si diffuse non era diviso in compartimenti stagni. Ma un ambiente culturale favorevole non equivale a una genealogia dimostrata. Non disponiamo di prove sufficienti per attribuire la composizione del Sator a una specifica comunità gnostica, a una scuola ermetica o a un culto misterico. Si può studiare la sua compatibilità con certi immaginari religiosi. Non si può trasformare quella compatibilità in una certificazione d’origine. Lo stesso vale per le letture numerologiche e cosmologiche successive. La struttura di cinque per cinque lettere invita a cercare rapporti con numeri, elementi, direzioni, pianeti, geometrie sacre. Alcune corrispondenze sono costruibili. Ma la possibilità di costruirle non dimostra che fossero presenti nella mente dell’autore antico. È uno dei problemi più affascinanti della storia dei simboli: una forma sufficientemente ordinata può generare interpretazioni quasi inesauribili.

Il mistero non è una cassaforte

Di fronte al quadrato del Sator siamo portati a immaginare un autore che abbia nascosto un messaggio preciso, come si nasconde un documento in una cassaforte. La ricerca storica non esclude questa possibilità. Ma non ci autorizza a darla per scontata. Forse il quadrato nacque come gioco verbale e diventò un simbolo religioso. Forse ebbe fin dall’inizio una funzione rituale che oggi non riusciamo a ricostruire. Forse combinava già diversi livelli di significato. Non sappiamo scegliere definitivamente fra queste ipotesi. Sappiamo invece qualcosa di altrettanto interessante: che il medesimo insieme di lettere è stato copiato, reinterpretato e utilizzato per scopi differenti nel corso dei secoli. L’anagramma cristiano, le formule medievali per il parto, gli amuleti copti, le letture esoteriche moderne non sono necessariamente frammenti di un’unica verità originaria. Possono essere strati successivi, depositati su un oggetto che ha continuato a circolare proprio grazie alla sua ambiguità. Il Sator, in questo senso, somiglia meno a un enigma da risolvere che a un reperto da scavare. Ogni interpretazione racconta qualcosa dell’epoca che l’ha prodotta. E forse il suo mistero più duraturo non consiste in ciò che nasconde, ma in ciò che gli uomini, per quasi duemila anni, hanno continuato a cercarvi.

Le fonti del Sator

  1. Guillaume de Jerphanion, «À propos des nouveaux exemplaires, trouvés à Pompéi, du carré magique “Sator”», Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres, 81, 1937, pp. 84–93. Testo integrale su Persée. È il riferimento storico ai ritrovamenti pompeiani.
  2. Duncan Fishwick, «On the Origin of the Rotas-Sator Square», Harvard Theological Review, 57, 1964, pp. 39–53. Scheda Cambridge. Affronta il problema della lettura cristiana e dell’anagramma PATER NOSTER.
  3. Jean Orcibal, «Dei agricultura: le carré magique SATOR AREPO, sa valeur et son origine», Revue de l’histoire des religions, 146, 1954, pp. 51–66. Testo su Persée. Una lettura storico-religiosa e linguistica.
  4. Franco Benucci, «Rotas opera tenet, arepo sator. Un’interpretazione del “quadrato magico” pompeiano», 2008. Archivio dell’Università di Padova. È il lavoro che propone un archetipo del III secolo a.C. e interpreta il testo come «lamento dello scriba». Attenzione: si tratta di una proposta interpretativa, non di una datazione archeologica acquisita.
  5. Paul Veyne, «Le carré Sator ou beaucoup de bruit pour rien», Bulletin de l’Association Guillaume Budé, 27, 1968, pp. 427–460. Testo integrale su Persée. Questo, è particolarmente prezioso: Veyne mette in discussione proprio il procedimento con cui si attribuiscono significati intenzionali alle combinazioni di lettere. È quasi una lezione di metodo per le Isobare.
  6. Nicolas Vinel, «Le judaïsme caché du carré SATOR de Pompéi», Revue de l’histoire des religions, 223, 2006, pp. 173–194. Testo su OpenEdition. Propone un’origine ebraica del quadrato, un’ipotesi alternativa alla lettura cristiana. OpenEdition Journals

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