La notte di Halloween i morti tornano. O almeno così ci piace raccontare. Ma se risalissimo fino a Samhain, la festa gaelica alla quale Halloween deve una parte importante della propria storia, potremmo incontrare una sorpresa: gli ospiti più inquietanti di quella notte non erano necessariamente morti. E forse neppure il confine che si apriva separava la vita dalla morte. Separava due mondi, entrambi abitati.
Oggi Halloween è una festa riconoscibile a colpo d’occhio: zucche illuminate, scheletri di plastica, travestimenti, bambini che bussano alle porte reclamando dolci. La sua iconografia è talmente pervasiva da sembrare antichissima e, nello stesso tempo, irrimediabilmente contemporanea. Ma dietro questa allegra industria della paura si nasconde una storia meno lineare di quanto suggeriscano le consuete genealogie. Non c’è una sola festa che attraversa intatta i millenni, cambiando semplicemente costume. Ci sono tradizioni che si incontrano, si sovrappongono, si dimenticano e vengono reinventate. E soprattutto c’è una domanda che sopravvive alle loro trasformazioni: che cosa accade quando un confine, considerato invalicabile, smette per una notte di esserlo?
Samhain, nell’antica tradizione irlandese, segnava il passaggio dalla stagione luminosa a quella oscura. Era il momento in cui l’estate terminava e cominciava l’inverno, quando il lavoro dei campi rallentava, le mandrie venivano ricondotte verso i ripari e le comunità si preparavano ai mesi più difficili. Una cesura concreta, materiale, prima ancora che simbolica. Non stupisce che proprio intorno a questa soglia stagionale si concentrassero assemblee, banchetti e racconti straordinari. Nella letteratura irlandese medievale Samhain è spesso il tempo in cui accadono cose impossibili. Le colline si aprono, esseri di un altro mondo attraversano il paesaggio umano, incontri inattesi modificano il destino degli uomini. In un racconto, L’avventura di Nera, il protagonista si trova coinvolto in un’esperienza che lo conduce nell’Altromondo proprio durante la notte di Samhain. Il tempo ordinario perde consistenza: ciò che appare familiare può rivelarsi ingannevole, ciò che sembrava lontano diventa accessibile.
È importante, tuttavia, ricordare che questi racconti sono stati messi per iscritto in epoca cristiana. Non sono verbali di cerimonie druidiche né testimonianze dirette di rituali preistorici. Conservano materiali narrativi più antichi, ma li rielaborano. Ci permettono di conoscere l’immaginario medievale irlandese e alcune sue probabili eredità; non di ricostruire, gesto per gesto, una festa pagana. E soprattutto, quegli esseri che attraversano il confine non sono tutti defunti. Samhain, del resto, non inventa l’Altromondo. I racconti irlandesi nei quali questa notte assume un significato straordinario appartengono a una cultura che conosce già un vasto repertorio di presenze non umane, luoghi abitati da esseri invisibili, colline nelle quali si celano dimore e regni sottratti allo sguardo ordinario. Gli aos sí, il popolo delle colline, sono una delle espressioni più celebri di questo immaginario, che conosciamo attraverso fonti medievali e tradizioni folkloriche successive. Sarebbe imprudente attribuire a tutte queste figure un’identità immutata fin dall’età precristiana; sarebbe altrettanto riduttivo considerarle un’invenzione della festa. Samhain offre piuttosto un’occasione narrativa privilegiata a un mondo soprannaturale che possiede già una propria geografia. Non è la notte a creare i suoi abitanti: è la notte a rendere possibile incontrarli.
Si potrebbe essere tentati di riconoscere in queste presenze gli spiriti elementali, le creature associate alle forze della natura. Ma anche qui occorre distinguere le epoche e le tradizioni. La classificazione degli elementali in gnomi, ondine, silfidi e salamandre appartiene soprattutto alla cultura esoterica europea della prima età moderna, con un ruolo decisivo di Paracelso. Gli esseri dell’Altromondo irlandese non obbediscono a questo ordinamento. Eppure condividono con esso una concezione del paesaggio che la modernità ha progressivamente abbandonato: la natura non è uno scenario vuoto, ma un mondo abitato da presenze che non appartengono alla specie umana. Nella mitologia irlandese, inoltre, l’Altromondo non coincide necessariamente con il regno dei morti. I suoi abitanti possiedono dimore, poteri, intenzioni, talvolta genealogie e sovrani. Possono essere benevoli oppure pericolosi. Non sono semplicemente anime in attesa di una destinazione ultraterrena. Sono altri esseri, appartenenti a una realtà contigua e normalmente inaccessibile.
La distinzione è decisiva. Samhain diventa allora qualcosa di più interessante di una semplice commemorazione funebre. È il momento in cui l’ordine del mondo può vacillare, quando la separazione fra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo appare provvisoria. Ma non abbiamo sempre raccontato così questa storia. Per buona parte dell’età contemporanea, Samhain è stato presentato come il Capodanno dei Celti e la loro grande festa dei morti. L’immagine è entrata nei libri divulgativi, nelle ricostruzioni neopagane e nell’immaginario collettivo fino a diventare quasi indiscutibile. Eppure le prove sono meno solide della sua popolarità. Lo storico britannico Ronald Hutton ha ricostruito il ruolo svolto, fra Ottocento e primo Novecento, dagli studiosi John Rhys e James Frazer nella diffusione di questa interpretazione. Che Samhain segnasse un passaggio fondamentale dell’anno è ben documentato. Che costituisse ovunque il Capodanno celtico, oppure una cerimonia universalmente dedicata agli antenati, non lo è altrettanto. Non significa che i morti fossero assenti dalle credenze legate a quella notte. Nel folklore irlandese più recente compaiono effettivamente visite dei defunti, porte lasciate aperte, cibo preparato per ospiti invisibili. Significa, piuttosto, che non possiamo proiettare automaticamente queste testimonianze all’indietro di molti secoli, come se una consuetudine raccolta nell’Ottocento fosse la fotografia fedele di un rito dell’età del ferro. La storia di Halloween comincia così a complicarsi. Ed è proprio questa complicazione a renderla affascinante.
Anche il calendario cristiano conserva le tracce di una storia tutt’altro che lineare. Nel 609 o 610, quando papa Bonifacio IV consacra il Pantheon alla Vergine e a tutti i martiri, la ricorrenza viene celebrata il 13 maggio. Il primo novembre si afferma soltanto più tardi, fra l’VIII e il IX secolo, attraverso iniziative romane e la diffusione della festa nel mondo carolingio. Ancora diversa è la storia del 2 novembre, dedicato alla commemorazione di tutti i fedeli defunti: la sua affermazione deve molto all’abbazia di Cluny e all’iniziativa dell’abate Odilone, fra X e XI secolo. Due date contigue, dunque, ma due percorsi differenti, confluiti progressivamente in un unico tempo della memoria. Che la Chiesa abbia voluto occupare uno spazio rituale già importante per le popolazioni pagane è un’ipotesi plausibile; che abbia semplicemente trasformato Samhain in Ognissanti è una conclusione che le fonti non autorizzano. La coincidenza resta suggestiva, e la sua spiegazione storica tutt’altro che pacifica. La vigilia di Ognissanti, All Hallows’ Eve, darà il nome a Halloween. Le consuetudini popolari delle isole britanniche hanno continuato a intrecciarsi con il calendario religioso senza perdere ogni autonomia.
In questo intreccio cambia anche il significato dei visitatori notturni. Accanto agli esseri dell’Altromondo prendono posto le anime dei defunti, la memoria familiare, le preghiere, le pratiche di suffragio. La soglia cosmica diventa anche una soglia affettiva. Non si tratta più soltanto di proteggersi da presenze sconosciute: si tratta di mantenere un rapporto con persone conosciute, amate, perdute. Il morto non è soltanto colui che fa paura. È anche colui che manca. Secoli dopo, le tradizioni irlandesi e scozzesi attraversano l’Atlantico insieme agli emigranti. Travestimenti, giochi divinatori, lanterne ricavate da ortaggi e visite di casa in casa entrano in un ambiente sociale diverso. Negli Stati Uniti cambiano materiali, dimensioni e significati. Le rape intagliate cedono il posto alle zucche, più grandi e spettacolari; la festa diventa progressivamente un appuntamento collettivo, infantile, commerciale. Infine torna in Europa, trasformata, come se fosse una novità interamente americana.
È una delle ironie più riuscite della storia culturale: una tradizione parte, cambia continente, si reinventa e ritorna nei luoghi d’origine, dove viene talvolta accusata di essere straniera. Ma sarebbe troppo facile concludere che Halloween abbia semplicemente perduto il proprio significato. La commercializzazione ha certamente prodotto una straordinaria quantità di oggetti inutili; non ha però cancellato il nucleo simbolico della festa. Anche sotto forma di gioco, Halloween continua a mettere in scena l’irruzione dell’estraneo nel quotidiano. Le case diventano luoghi da visitare mascherati, i bambini impersonano mostri, i vivi assumono per qualche ora le sembianze dei morti. La paura viene addomesticata, ridicolizzata, distribuita in piccoli dolci. È una maniera assai moderna di negoziare con l’ignoto. E tuttavia qualcosa resiste a questa domesticazione. La notte di Samhain apparteneva a un mondo nel quale il paesaggio non era soltanto uno spazio fisico. Una collina poteva nascondere un popolo, un sentiero condurre altrove, una data del calendario modificare le regole degli incontri. La modernità ha progressivamente privato il territorio di questi abitanti invisibili, ma non ha eliminato il desiderio di immaginarli. Anzi, proprio mentre moltiplicava le spiegazioni del mondo, ha continuato a inventare occasioni per sospenderle. Forse è questa la continuità più profonda fra Samhain e Halloween. Non un rito immutato, non una dottrina segreta sopravvissuta per duemila anni, ma la persistenza di una domanda: siamo davvero certi che il mondo finisca dove finiscono le nostre conoscenze?
C’è poi un’altra soglia, più difficile da attraversare. Quella fra presenza e assenza. Le tradizioni dei morti che ritornano, le commemorazioni cristiane, le visite degli antenati e persino i fantasmi delle storie moderne esprimono, in forme differenti, una difficoltà molto umana: accettare che chi ha abitato il nostro mondo ne sia scomparso completamente. I morti non tornano necessariamente perché qualcuno crede di averli visti. Tornano perché continuano a occupare luoghi, parole, gesti e ricordi. Sono assenti, ma non del tutto. Forse, allora, la storia e la controstoria di Halloween ci conducono a un piccolo rovesciamento. Abbiamo cercato l’origine di una festa dei morti e abbiamo incontrato una festa delle soglie. Abbiamo immaginato antenati che uscivano dalle tombe e abbiamo trovato esseri che, secondo i racconti, non erano mai stati umani. Abbiamo cercato una tradizione rimasta identica e abbiamo scoperto una lunga successione di trasformazioni. E siamo tornati al punto di partenza: una notte in cui ciò che è lontano può farsi vicino. Non sappiamo quali parole pronunciassero gli antichi abitanti dell’Irlanda davanti all’inverno che arrivava. Sappiamo però che hanno lasciato ai loro discendenti racconti nei quali il mondo visibile non esauriva tutto ciò che poteva esistere. Halloween ha cambiato molte volte volto. Quella domanda, invece, non ha ancora smesso di bussare alla porta.



