Siamo solo io e lui.
È un amico — anzi, nemmeno.
Una persona con cui, insieme ad altri, mi sono ritrovata a condividere un weekend in montagna.
Andiamo tutti a sciare e io — e questo amico di cui non ricordo nemmeno il nome — prendiamo la cabinovia.
Lo sapevo: sono claustrofobica.
Era ovvio che avrei avuto paura.
Ma ci ho provato, a superarla.
Con lui, poveretto: inconsapevole di essere un alleato di passaggio nella mia battaglia contro il panico.
La cabina è piccola.
Siamo in piedi, con gli scarponi e gli sci in mano.
Per qualche motivo ho una borsetta a tracolla — cosa assolutamente inutile per sciare.
Boh. Forse mi andava così.
Saliamo.
Si chiudono le porte.
Panico.
Non so se c’era tanta neve, se lui indossava i guanti, se parlavo ancora una lingua priva di improperi verso chiunque avesse inventato la cabinovia.
Si chiama claustrofobia: paura del chiuso.
Paura di restare bloccati.
Terrore dei luoghi senza via di fuga.
Quando ti prende, il cuore non capisce più se sta battendo o se sta cercando di scappare da te.
E tu non sai più se sei pazzo tu o lo sono gli altri — quelli che non colgono il pericolo di non avere controllo.
Ti prende quando nulla, o quasi nulla, dipende da te.
E allora non ti resta che affidarti a un ingegnere o a un costruttore edile che non conosci.
E se — penso tra me e me — quel giorno in cui ha progettato questa cazzo di cabinovia aveva le palle girate?
E se ha montato male un bullone?
E se era un serial killer che ora ci guarda da un promontorio, sperando di vederci precipitare?
Ho paura.
Divento pallida, anzi verde.
Tremo. Lui lo nota.
— Stai calma.
— Se mi dici di stare calma mi agito di più.
— Non succede niente.
— Lo dici tu.
— Chi te lo deve dire?
— Nessuno. Io voglio scendere. Devi aiutarmi tu.
— Chi, io?
— Sì.
— E perché?
— Perché sei qui.
— E se non ci fossi stato?
— Non ci sarei nemmeno io. Lo abbiamo deciso insieme. Quindi aiutami.
— Ma sei sempre così paurosa?
— Solo nei luoghi chiusi.
— Ma sono tanti.
— Sì, troppi.
— E le persone come ti calmano?
— Non mi dicono di stare calma, ad esempio.
— Cioè?
— Mi spiegano perché non devo avere paura.
— Ma non ho costruito io la cabinovia.
— Beh, ingegnati. O informati sui meccanismi.
— Penso sia sicura…
— Pensi…
— E tu cosa pensi?
— Che uno sconosciuto, serial killer incazzato con la moglie, un giorno abbia progettato questa cabinovia.
— Siamo quasi arrivati…
— Come fai a dirlo?
— Dal tempo che è passato.
— È solo una teoria.
— Tu vuoi sapere tutto.
— Esatto.
— Ma non puoi.
— Lo dici tu. Sono qui chiusa con te. Tu, che non sai nemmeno nulla di bulloni.
— Sono un botanico.
— Andiamo bene.
— Non sei simpatica, sai?
— Non devo esserlo. Non in cabinovia. Sono qui bloccata…
— Sei bloccata nelle tue paure.
— Scusa?
— Ma che ne so.
Arriviamo.
Scendiamo.
Il serial killer ha fatto male i suoi conti: non è precipitato nulla.
Il botanico — inutile nel superare le mie paure — però una cosa l’ha detta: sei bloccata nelle tue paure.
Sei bloccata nelle tue paure.
Quante persone lo sono, mi chiedo.
E quante, forse tutte, vorrebbero solo scendere.