Frankenstein non è un mostro. È la creatura di Mary Shelley.

Ci sono momenti, nella vita di una persona, in cui tutto vacilla.

Non per paura – quella ce l’abbiamo tutti – ma perché arriva un punto in cui decidere diventa inevitabile. E non serve comprare un nuovo paio di scarpe, o dire al parrucchiere, fidato consigliere: voglio cambiare colore e sentirmi diversa. E ci si chiede se sia meglio continuare a compiacere o fare un passo oltre, anche se nessuno sa come andrà. Nemmeno il tuo fidato consigliere addetto al colore, che pure è abituato ai cambiamenti.

Ma c’è un personaggio di quelli tosti, di quelli da ricordare, che quel momento lo ha avuto presto: Mary Shelley. Il momento di andare oltre Mary l’ha guardato in faccia con la forza di chi non immagina ancora quanto sarà grande ciò che porta dentro. È una ragazza: poco più di diciott’anni, una madre filosofa morta troppo in fretta, un padre che educa alla libertà, un amore che è già scandalo.

Ma lei, Mary, segue il suo amore, Percy Shelley, da scandalo, e vive come vuole, fino a quando la sua vita inizia piano piano a scapparle di mano. E rinasce, grazie a un “mostro”.

Frankenstein inizia a emergere nei pensieri di Mary nell’estate del 1816, nella villa di Lord Byron a Cologny, sul Lago di Ginevra. Un’estate che estate non fu: l’eruzione del Tambora aveva trasformato tutto in un paesaggio cupo e piovoso, quasi irreale, di quella irrealtà che fa venire la pelle d’oca a pensare a Byron, Percy e Mary Shelley insieme — una costellazione irripetibile — l’aria perfetta per inventare qualcosa che farà tremare le generazioni future ma, soprattutto, farà tremare tutte le insicurezze dell’autrice. Frankenstein prende corpo nell’immaginazione di Mary, poi prende vita, inizia a respirare e, una volta messo su carta, a spaventare tutti, per la sua verità. Per la sua umanità, dove l’umanità non c’è.

Mary racconta nell’introduzione alla seconda edizione che l’ispirazione le arrivò dopo lunghe discussioni su galvanismo e vita artificiale e dopo una sfida lanciata da Byron stesso – inventare storie capaci di far paura.

Ma da quella notte arrivò una domanda, viva ancora oggi, irrisolta ancora oggi, che lei ha saputo incarnare attraverso le parole:

Che cosa resta dell’umano, quando proviamo a ricrearlo?

La figura di Frankenstein diventa l’eco di qualcosa che temiamo. Lui, il mostro, è la vita, la responsabilità, il limite e l’ambizione insieme. È la possibilità – vertiginosa – di raccontarlo.

Mary Shelley scrive Frankenstein impetuosa, arrabbiata, curiosa, ed emerge tutto ciò che non si può più trattenere. Un impeto però che convive con il dubbio, certo: nell’Ottocento, una giovane donna non avrebbe dovuto immaginare orrori, scienza, ribellioni. E una donna che oltretutto amava la scienza… non poteva certo scrivere un romanzo. Men che meno farlo da sola. Per carità!

(L’Ottocento aveva sempre idee molto precise su chi dovesse raccontare cosa.)

All’inizio, il suo nome nemmeno compare sull’opera. Frankenstein esce anonimo nel 1818, quasi fosse un peccato da occultare. Qualcuno pensa perfino che l’autore sia Percy Shelley: più comodo, più logico, più rassicurante.

Ma Mary non si ferma, o forse è proprio Frankenstein a non fermarsi, a voler essere firmato da lei. A volere la sua creatrice lì, vicino a lui, su quelle pagine. E lui, il mostro, se la riprende mentre ella riprende sé stessa.

Quando arriva il momento di stampare davvero il manoscritto – Londra, 1818, Frankenstein; or, The Modern Prometheus — Mary compie il salto. Diventa, finalmente, la sua autrice.

Nonostante non si dovesse. Nonostante il grande difetto di non essere un uomo.

È questo il gesto.

Semplice, radicale: dire «questa storia esiste, e l’ho scritta io».

La sua passione e la sua determinazione si vedono ancora oggi, nelle interpretazioni contemporanee – persino in quella immaginifica di Guillermo del Toro, di cui si è parlato tanto – che ricordano quanto quell’intuizione nata in una notte del 1816 continui a parlare al nostro tempo.

Ma la magia di Frankenstein sta anche in un’immagine: nel coraggio di una giovane donna che prende un manoscritto pieno di paura, di domande, di elettricità instabile, e lo porta in tipografia. Con la dolcezza ferma di chi non vuole colpire nessuno, ma vuole esserci:

«Questo è il mio mostro. Io voglio lui e lui vuole me. E questo è ciò che ho da dire.»

Questa è Mary Shelley.

Così, da quel gesto minuscolo e gigantesco nasce un classico. Nasce un mito.

No, Frankenstein non è un mostro, ma la creatura di Mary Shelley.

E, un po’, anche la nostra.

(E ora possiamo farci il colore).